Trasformare il sogno in un progetto. In un Controprogetto

21 novembre 2010

Davide Rampanelli dell’Associazione Controprogetto

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A Traiettorie di sguardi, l’Associazione Controprogetto. L’esperienza di Davide e di altri tre giovani,  accomunati «dalla gioia e dalla passione nel costruire, non solo per avere un tornaconto economico, ma per contribuire alla creazione di una società migliore».

Un percorso che concretamente ha «trasformato il sogno in un progetto, dando una risposta creativa a tutti i vincoli incontrati lungo tale percorso». Una testimonianza ricca di speranza e apertura verso il futuro.

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Una generazione appesa. Tutta da accendere.

17 ottobre 2010

Nando Pagnoncelli, presidente Ipsos e collaboratore di “Ballarò” (RaiTre)

L’Italia è un paese che sta invecchiando. La prospettiva di vita si è allungata, la natalità abbassata. Dati Iard, Ipsos, Istat. Le slide di Nando Pagnoncelli dipingono una realtà giovanile di estrema criticità. Una larga fetta dei ragazzi di oggi non sono sposati e vivono in famiglia nonostante abbiano un lavoro. Due milioni non studiano, né lavorano. Generazione appesa.

E allora. “Zio cos’è un lavoratore atipico?”. “E’ uno che c’ha il posto fisso!”. Lavoratori autonomi, precari, laureati ma disoccupati. L’autonomia ha a che fare con la genitorialità, con le prospettive esistenziali, con i progetti, con i desideri.

Il sè, così come il lavoro, diventa precario. Sono i giovani a percepire loro stessi e la loro esistenza come precaria, ad avere uno sguardo disincantato e spaventato nei confronti della proprio status professionale. Così, sempre più spesso, il lavoro perde la sua dimensione creativa e viene immaginato soltanto come “lavoro giusto”, nella retribuzione e nella coerenza rispetto agli studi.

Ma siamo sicuri che i giovani non abbiano alcuna autonomia? I ragazzi di oggi scelgono costumi e stili di vita in maniera indipendente, si formano in agenzie educative diverse da scuola e famiglia. Salute, famiglia e pace sono, per loro, gli aspetti importanti della vita. Segno di una socialità ristretta e di una crescente attenzione al sè.

E la famiglia? Spesso è felice di avere suoi ragazzi in casa perché è preoccupata di perderli. Gli stili educativi sono tolleranti. Manca il conflitto generazionale: giovani e adulti la pensano allo stesso modo in un’omogeneità di giudizi ed opinioni che non favorisce meno rispetto al passato l’alzata di testa di un’intera generazione, la pretesa di un cambiamento.

Giovani e adulti sono ripiegati sul presente. La logica del tutto e subito implica un’indisponibilità e un’incapacità a programmare. Saziati dal presente, perdiamo il senso del rischio, lo slancio volto al superamento del qui ed ora.

Dunque, come si può ricostruire il protagonismo dei giovani? Come si può ri-alimentare il desiderio di vivere la vita? Con la pazienza, che poi è perseveranza. C’è il patto generazionale, secondo cui gli anziani si tolgono qualcosa per darlo ai giovani, c’è il ripensamento dello stato welfare e c’è la questione delle responsabilità. Prendere in mano la propria esistenza con coraggio, guardando alla comunità in senso ampio. E’ un cambiamento culturale, di valori e di priorità, che richiede tempo e determinazione.

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