Narrazione ed Esperienza – DOMENICA 21 OTTOBRE 2018

DOMENICA 21 OTTOBRE 2018

Narrazione ed Esperienza

Egli parlò loro di molte cose…

L’uomo ama raccontare storie, ma perché? Quale è il nesso profondo che lega, non la vita, ma l’aggrovigliata trama dell’umana esperienza alla narrazione? Una breve riflessione sul logos narrativo dell’esperienza che l’uomo compie della vita».

Ospite

SILVANO PETROSINO

Insegna Antropologia Religiosa e Media e Teorie della Comunicazione all’Università Cattolica di Milano. Tra le sue ultime pubblicazioni si segnalano: Le fiabe non raccontano favole. Credere nell’esperienza (il melangolo, Genova 2017), Contro la cultura. La letteratura, per fortuna (Vita e Pensiero, Milano 2017), Contro il post-umano. Ripensare l’uomo, ripensare l’animale (in collaborazione con M. Iofrida, EDB, Bologna 2017).

L’INCONTRO CON LA PAROLA

Domenica 18 marzo si è concluso il percorso di Traiettorie di Sguardi per questa stagione
2017/2018 dedicata la tema dell’incontro con l’altro.

L’ospite di domenica è stato il monaco eremita fratel Moreno Pollon che ha guidato la platea di
giovani alla scoperta della Parola del Vangelo. Il metodo che lui propone si potrebbe definire
maieutico e non didattico: la Parola non si spiega, si interroga e solo interrogandola si riesce a
coglierne il senso profondo.

Partendo dalla lettura del brano di Marco (7, 31-37) e interrogando e spezzando il testo della
Parola abbiamo così capito che al centro di questo episodio – ma non solo – non c’è la guarigione
del sordomuto ma l’incontro di Gesù con l’altro, un incontro che spiazza, in cui Gesù non fa mai
quello che gli viene chiesto: Gesù incontra l’altro (sordomuto, cieco, adultera…) lontano dalle folle,
mettendosi in ascolto del suo desiderio, della sua storia, di ciò che vuole veramente, perdendo
tempo, sbagliando strada perché questo incontro possa esserci ed esserci compiutamente.

Incontrando l’altro come lo incontra Gesù possiamo davvero sperimentare la bellezza, la
grandezza e la pienezza dell’incontro, che non è mai scontato.

L’ARTE DELL’INCONTRO: UNA PROSPETTIVA BIBLICA

Provare a sostare sulla soglia delle Scritture. Sotto la loro “crosta”! Alla scoperta di uno stile che permette lo stupore dell’altro. Scavare e ascoltare la Parola dentro lo “sta scritto”, per accedere ad un volto di Dio che cerca e incontra l’uomo al cuore del suo vivere, concretissimo, di ogni giorno.

Ospite

FRATEL MORENO POLLON – Vive come monaco-eremita, accompagnato spiritualmente dalla comunità monastica di Bose. Dal 2007 nell’eremo della Ghisiola a Castiglione delle Stiviere, Mantova.

Dio e i giovani oppure Dio o i giovani?

L’ultimo incontro di Traiettorie di Sguardi si è svolto domenica 11 febbraio. L’incontro titolava “Dio
e i giovani: un silenzio assordante”: a tentare di rompere questo silenzio sono stati invitati Simone
Ferrari, giovane insegnante di religione ed educatore, e Giacomo Ghisani, responsabile dell’Ufficio
Amministrativo di Radio Vaticana.

Simone provocatoriamente ha esordito dicendo che il problema non sono né Dio né i giovani ma
quella congiunzione “e” che li lega, che potrebbe essere facilmente sostituita con una “o”. A
complicare ulteriormente il rapporto interviene il fatto che questa relazione – per quanto possibile
– sia da pensare oggi, nel 2018, e soprattutto in un mondo in cui moltissime relazioni sono
mediate dagli smartphone.
Secondo Simone la fatica di entrare in relazione con Dio è dovuta al fatto che è diventato difficile
innanzitutto relazionarsi con gli altri uomini, con l’altro.

Giacomo ha condiviso con la platea dei giovani un’analisi di come è cambiato il modo di
comunicare la fede con papa Francesco, che fin dal suo esordio ha dimostrato un’oratoria irrituale
e una straordinaria aderenza alla quotidianità, che si concretizza in cinque stili del suo linguaggio:
esso diventa rimediazione tra il contesto e il contenuto, strumento per far vedere le cose in una
luce nuova e trasfigurata, è sempre autentico, diretto e colloquiale, lascia all’altro la libertà della
risposta perché il destinatario non è visto come “terreno di conquista” ma come interlocutore
libero; infine il linguaggio del papa è sempre coerente con i gesti che compie e ogni parola da lui
pronunciata è essenziale, mai di troppo.

Quello che più si è perso, soprattutto con l’introduzione delle nuove tecnologie è il tempo e il
senso dell’attesa e del silenzio. Silenzio che serve a mettersi in contatto con se stessi che è la
condizione indispensabile per entrare in relazione con l’altro, lasciandosi contaminare dall’altro e
per aprirsi anche a Dio.

DIO E I GIOVANI: UN SILENZIO ASSORDANTE

Si tratta di sostare, sul capitolo delle comunicazione della fede ai giovani. I linguaggi fino ad oggi utilizzati sono troppo distanti da quelli con cui tutti i giorni i giovani comunicano, conoscono, lavorano, vivono. C’è la necessità di linguaggi interattivi, che recuperino diverse dimensioni: quella spirituale, quella culturale e quella del servizio e approfondire alcuni sentieri particolarmente significativi dei moderni strumenti di comunicazione.

Ospiti

GHISANI GIACOMO – Vice Direttore Generale della Segreteria per la Comunicazione.

SIMONE FERRARI – 28 anni, docente di IRC, educatore collaboratore della pastorale giovanile di Bergamo.

La forza della verità

La verità rende liberi? Domanda sicuramente in controtendenza rispetto ad un mondo che ha strumentalizzato la verità moltiplicandola, nascondendola, piegandola ad interessi personali.

L’ospite dell’incontro di Traiettorie di Sguardi di domenica 14 gennaio, Farhad Bitani è un giovane afgano che dal 2014 gira l’Italia e il mondo per raccontare la verità sul suo paese dilaniato da quasi quarant’anni di lotte interne. Farhad racconta che prima del 1979 la parola fondamentalismo in Afghanistan non esisteva. È nato quando gruppi di criminali che vennero armati dagli Stati Uniti contro i Sovietici vennero utilizzati per mantenere il controllo del territorio afagano.

I bambini, come Farhad, nati in quegli anni sono cresciuti nella violenza e hanno conosciuto solo quel modo di vivere. A nove anni Farhad ha ricevuto il suo primo kalasnikov e a 10 anni era già perfettamente in grado di smontarlo e rimontarlo. L’unica differenza con tanti altri bambini afgani era che lui veniva da una famiglia ricca.

Tra il 1994 e il 1995 i gruppi armati che avevano combattuto contro i sovietici si dividono al loro interno e stringono alleanze con altre potenze internazionali. Gli americani per non perdere il controllo della regione afgana creano un altro gruppo armato, i talebani. A questo punto la famiglia di Farhad è costretta a scappare e a vivere nascosta.

Durante questo periodo Farhad – che aveva solo 12 anni – assiste ad esecuzioni capitali, lapidazioni, stupri che avevano come teatro lo stadio di Kabul. Tutti i cittadini erano invitati una volta alla settimana a partecipare e ad assistere alle punizioni a cui andava incontro chi era considerato infedele, anche solo per aver ascoltato musica o bevuto delle bevande alcoliche.

I fondamentalisti colpirono fin da subito due colonne portanti del territorio afgano: l’educazione e le donne. Infatti, stabilirono la chiusura delle scuole e l’imposizione delle scuole coraniche a tutti i bambini maschi e la sottomissione delle donne costrette a rimanere in casa e ad uscire solo accompagnate da un altro uomo e con il burqa.

Nel 2006 Farhad viene mandato in Italia da suo padre per studiare presso l’accademia militare di Modena. Appena arriva in Italia la sensazione è quella di essere circondato solo da infedeli a cui si rifiutava addirittura di stringere la mano e per questo approfittava di ogni momento libero per tornare nel suo paese.

A partire dal 2008 comincia a interrogarsi sulla sua vera identità. Decide di leggere il Corano nella sua lingua madre scoprendo che molte delle cose che gli avevano insegnato alla scuola coranica non erano vere. Ma è l’incontro con l’altro, con il diverso che gli permette di mettere in discussione le sue idee e di riscoprire quel punto bianco che – come lui crede – Dio mette nel cuore degli uomini che crescono nella violenza. Tutti gli uomini, dice Farhad, nascono con il cuore bianco, ma la violenza trasforma il cuore dell’uomo e lo fa diventare tutto nero. Ma Dio decide di lasciare un punto bianco nel cuore dell’uomo, lascia uno spazio, seppur piccolo per la redenzione. È quel punto bianco che ha permesso a Farhad di salvarsi e di riconoscere nei piccoli gesti che l’altro – sempre visto come infedele – ha avuto nei suoi confronti un modo per cambiare la sua prospettiva e aprirsi all’incontro.
Dopo l’attentato che ha subito nel 2011 in cui ha rischiato di perdere la vita Farhad decide di scrivere un libro in cui racconta la verità sul suo paese e sulla sua vita. Questo libro, L’ultimo lenzuolo bianco, è stato pubblicato da una piccola casa editrice – Guaraldi – dopo tanti rifiuti.

Dall’anno della sua pubblicazione, il 2014, Farhad non si è ancora fermato: ha iniziato a girare scuole, oratori, centri giovanili, librerie portando in giro la sua testimonianza e la sua identità ritrovata.

La verità rende liberi

DOMENICA 14 GENNAIO 2018 –  LA VERITÀ RENDE LIBERI

“Ci sono due tipi di reazioni ostili con cui mi sono scontrato: quella dei fondamentalisti miei compatrioti che hanno lanciato su di me accuse di apostasia, di essermi convertito al cristianesimo e di aver raccontato falsità, e qui in Italia, quella di chi per pregiudizio non si fida di ciò che dico. Non ho cercato di rispondere alle accuse, ho continuato a far conoscere a più persone che potevo la mia esperienza……”.

Ospite

FARHAD BITANI –  Educatore afghano. Ultimo figlio del Generale Mohammad Qasim. È  co-fondatore di Global  Afghan Forum, un’organizzazione internazionale  che si occupa dell’educazione dei giovani afghani.

L’incontro con l’altro: ferita o benedizione?

Il terzo incontro di Traiettorie di Sguardi che si è tenuto domenica 17 dicembre ha avuto come
ospiti Osvaldo Fusi, responsabile dell’Associazione Piccolo Mondo da anni impegnata con progetti
in Ruanda e Benin, e Alberto Rigolli che ha prestato servizio come ginecologo in diversi paesi
dell’Africa, ultimo in ordine di tempo la Sierra Leone.

Osvaldo ha raccontato come è nata l’Associazione “Piccolo mondo”, che ruota attorno a tre parole:
sogno, progetto, esperienza. La sintesi di queste tre parole permette di sperimentare la tenerezza di
Dio. L’associazione piccolo mondo continua con la sua attività a cercare la sintesi di queste tre
parole attraverso la realizzazione di una comunità familiare, la formazione di giovani volontari e
una “finestra aperta sul mondo” che rappresenta lo stile di apertura che l’associazione incarna con il
servizio in Italia e all’estero. La relazione con l’altro nonostante le difficoltà che essa comporta è
una sfida che Osvaldo con sua moglie e il suo gruppo di amici hanno deciso di accettare
trasformandola in un’occasione di incontro e di riconoscimento.

Il dott. Rigolli ha raccontato alla platea di giovani il suo ultimo anno di servizio in Sierra Leone,
che è il paese con la più alta mortalità materna del mondo. Quasi ogni giorno, infatti, ci si confronta
con la morte di almeno una madre. L’ospedale della capitale della Sierra Leone ha 150 letti solo per
le donne che devono partorire; ogni giorno ci sono mediamente tra i 30 e i 40 parti al giorno. Quello
che i medici del CUAMM – l’associazione con cui collabora Alberto Rigolli – tentano ogni giorno
è di applicare la medicina moderna in contesti difficili e di trasmettere la loro conoscenza ai giovani
medici e operatori sanitari del luogo per aiutarli sempre più a diventare autonomi.
Quello che fa la differenza, infatti, al di là delle barriere linguistiche e culturali, è il prendersi cura
della persona che ci si trova davanti.

Per entrambi gli ospiti l’incontro con l’altro, con l’altro ferito, è stata in più occasioni possibilità di
sperimentare la bellezza e la benedizione che la relazione porta con sé.

Un’eterna novità. Il senso della comunità nella vita cristiana

Il secondo incontro di TDS ha avuto come ospite Jhonny Dotti, cooperatore e imprenditore sociale,
amministratore unico di Welfare Italia, ma prima di tutto – come si definisce lui – marito e padre.
A lui è stato chiesto di far riflettere la platea di giovani sul tema della comunità a partire dal brano
di Atti degli Apostoli (capitolo 2, vv 42- 47).

La tesi attorno a cui l’ospite ha articolato il suo intervento è che se il singolo ricerca un rapporto
significativo con Dio al di fuori della comunità, questa ricerca è puro narcisismo. Il singolo rischia
un pericoloso decentramento.

La parola comunità negli anni si è pervertita e ha perso quel significato originario che troviamo nel
testo degli Atti degli Apostoli. È una parola che oggi rischia di diventare retorica.
Come recuperarla? In un sistema tecnocratico fondato sul binomio “mi piace/non mi piace” è
necessario ripensare al fatto che il Dio cristiano non è binario ma trinitario, è per natura
relazionale. Il Dio cristiano è dunque un Dio comunitario.

In una società che parla di individuo e non di persona, che crea il mito del “farsi da sé” e
dell’”appartamento”, il rischio di perdere questo senso comunitario è molto alto. Il cristiano è
dunque chiamato per sua natura a riscoprire il suo essere comunitario e a dare nuova vita
all’abitare, all’economia e alla politica proprio nel segno della comunità, dell’essere persona e non
dell’essere individuo, dell’essere con gli altri nella quotidianità e nella normalità a cui la vita mette
di fronte.

UNO SGUARDO SULL’ALTRO

Domenica 15 ottobre è cominciata la nuova edizione di Traiettorie di Sguardi. Il percorso di quest’anno sarà dedicato al tema della missione e dell’incontro con l’altro. “Vai dai tuoi fratelli” – invito che dà il titolo alla rassegna di incontri – non vuole essere un modo di fare proselitismi, ma porta in sé la voglia di dire che ciò che si vive è straordinariamente bello.

Il primo incontro è stato aperto dal pedagogista e formatore Giorgio Prada al quale è stato chiesto di introdurre alla folta platea di giovani presenti il tema dell’incontro con l’altro. Come si incontra l’altro? Quando lo si incontra? Chi è l’altro per me?

Il primo e naturale approccio all’altro è lo sguardo. Lo sguardo è questione originaria: tutti siamo sensibili allo sguardo perché a lungo siamo stati guardati fin dall’inizio della nostra vita.

Per analizzare lo sguardo e i diversi tipi di sguardo, il professor Prada si è fatto aiutare dal cinema. Attraverso gli spezzoni di sette film più o meno famosi i giovani presenti hanno potuto rispecchiarsi in sguardi mancati; sguardi tra l’adulto e il giovane che anziché tracciare una relazione educativa l’hanno spezzata o mai cominciata; sguardi che chiedono e impongono di riflettere sulla propria identità per non perdersi o rischiare di non sapere più chi si è; sguardi sezionatori, che vedono solo una parte del tutto, che apprezzano l’altro che hanno di fronte solo per il suo aspetto, per il suo cervello, ma non considerano il resto; sguardi che orientano e influenzano le scelte del singolo, perché quando sono in tanti che guardano, come si può sottrarsi e non fare ciò che viene indicato? E infine lo sguardo che accoglie e aiuta, che non giudica e che si lascia mettere in discussione dall’incontro con l’altro.

A partire da questo primo incontro, che ha aperto molto domande, attendiamo il prossimo appuntamento per continuare a riflettere sull’incontro con il fratello.