Dom 20 novembre – Piano Forte

NOTE ORGANIZZATIVE
Ore 18,15 Oratorio Maristella, via Agreste 11

Ospite:
Roberto Cipelli: pianista e compositore, è uno dei fondatori del Paolo Fresu Quintet e artista Blu Note. Attualmente è docente di Pianoforte Jazz presso il Seminario Jazz di Nuoro. Dal gennaio 2007 insegna presso il conservatorio di Trento.

L’ascolto autentico è raro e difficile. Silenzio e ascolto si nutrono “reciprocamente”: è solo nel silenzio che la parola può “risuonare” nitidamente ed è lasciando che il nostro silenzio sia abitato da quanto abbiamo ascoltato in profondità che evitiamo di cadere nel “mutismo” o nel terrore del vuoto e del “non senso”. L’udito è l’albero maestro dei sensi: solo se sei capace di ascolto ti riuscirà di attingere all’immensa energia del verbo “amare”. Col potere evocativo di melodie e ritmi, la musica ci ricorda che amiamo non solamente con il corpo e la mente, ma con tutto il nostro essere. Grazie alla musica possiamo viaggiare nell’infinito e nell’eterno e ritornando nella piccolezza del nostro essere ci sorprendiamo rinnovati, rinvigoriti e affinati, scopriamo che di qualche frammento di mistero siamo riusciti a cogliere la pienezza di senso.

Primo incontro Tds 2011
Dom 16 ottobre – Pasta e Fagioli

NOTE ORGANIZZATIVE
Ore 18,15 Oratorio Maristella, via Agreste 11

 


 


Ospiti:
Gilberto Polloni: antropologo del gusto e storico dell’alimentazione. Ha pubblicato numerosi testi di ricerche antropologiche sulle tradizioni contadine.
Achille Mazzini: cremonese, inizia a lavorare con il padre (chef di cucina nei più prestigiosi alberghi del nord italia), sommelier professionista, insegna cucina ed è impegnato a promuovere le specialità tipiche del nostro territorio.

La cucina e la tavola: il gusto della vita e del quotidiano. “Anche così, grazie allo stupore condiviso attorno a una semplice tavola, ho scoperto che l’appetito dell’uomo è infinito perché non appartiene al corpo, ma all’anima; che il cucinare deve sempre corrispondere ad un’attesa e che la tavola richiede un atto di fede da parte di chi cucina e da parte di chi mangia.” (E. Bianchi – Il pane di ieri). Davvero la cucina e la tavola sono l’epifania dei rapporti e della comunione, perché l’appetito umano, per essere saziato, richiede standard elevati ed un gusto piacevole e particolare: quello della conoscenza e dell’umana avventura.

 

Giovani e non giovani in costruzione

20 marzo 2011

Silvano Petrosino, docente di Teoria della Comunicazione e di Filosofia Morale all’Università Cattolica di Milano e di Piacenza

Ascolta la registrazione dell’incontro

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Ho 28 anni e vivo ancora con i miei. Sono laureato e ho fatto un master, ma non ho esperienze di Erasmus all’estero. So usare Photoshop, ma ho una chiavetta Usb che tiene soltanto due giga. Mangio uovo al tegamino una volta la settimana, ma ho il valore del colesterolo un po’ “altino”. Ho studiato giornalismo per non finire a lavorare come segretario; adesso lavoro come segretario per non finire in una redazione a fare lo stagista a 400 euro al mese. Mi presento, sono un giovane disilluso che non può guardare tanto in là, ma che non rinuncia a costruire.

Partiamo dal principio. Sono figlio di mamma e di papà, nato nella cosiddetta “società del consumo”. Alle medie, ho costretto i miei genitori a comperarmi i costosissimi Levi’s 501 per potermi integrare nel gruppo-classe. Peggio ha fatto mia sorella quando era alle superiori: ha acquistato una crema per le ascelle dopo aver guardato una pubblicità che riteneva che quella fosse la parte più bella di una donna.

Ecco il mondo che sto ereditando dalla generazione che mi ha preceduto. Un mondo in cui le persone sentono il bisogno – indotto – di controllare a distanza con il cellulare la temperatura delle zucchine in frigorifero. Un mondo in cui, non mi sento mai in regola e, se non possiedo una cosa, sono di meno. Povero e non eccellente. Hai studiato abbastanza? Conosci l’inglese e il francese, ma sai anche il cinese? Non hai fatto questo corso?, devi fare questo corso. Una parola di potere che genera in me un senso di colpa.

Mi sento imperfetto, anche quando vado in posta a pagare il bollettino dei rifiuti. Mi guardo intorno, imbarazzato. L’occhio mi cade su un volantino che pubblicizza dei prodotti postali: “Volete questo e quello…l’avrete!”, è lo slogan. Ma quando mai?, penso. Solo il serpente offre questo e quello. Solo il serpente dice: “Mangia la mela e diventerai come Dio!”. Non è così. L’eccellenza non è volere sia questo sia quello, superare il limite a tutti i costi. È riconoscerlo, questo limite. È essere uomini, non possedere le cose. Senza commettere l’errore di fare un elogio della povertà. Soltanto – e già non è poco – non facendosi ingannare sul significato della vera ricchezza. E allora, se ricchezza ed eccellenza non sono parole autoevidenti, cosa vuol dire essere ricchi? Qual è lo snodo in cui il figlio al prodigo perde tutto senza perdere tutto? Ebbene, è il rapporto col padre.

Eccolo, allora, il punto di tenuta dell’umano: il rapporto col padre e con la madre. La qualità delle relazioni. Nella favola di Pinocchio, di notte, dopo aver trascorso una giornata nel paese dei balocchi, i bambini si trasformano in ciuchini, cominciano a ragliare e diventano animali. La mattina, però, mentre vengono caricati per andare a lavorare, uno di loro emette un grido: “Mamma!”. Un appello stupendo.

La ricchezza è il rapporto con le origini, con la memoria, con gli amici, con l’esperienza artistica ed estetica con la natura e con il proprio corpo. È questa la sfida. Non cadere nella trappola eccellenza uguale possesso delle cose e non possesso uguale povertà. Non è vero che siamo imperfetti. Bisogna mettersi sul mercato contro Batman e contro la crema per l’ascella. Costruendo delle relazioni, delle idee che non si consumino. Prendiamo il mio caso: non è che uno deve lasciare casa tanto per lasciarla. Un giovane deve andare a vivere da solo per iniziare a costruire. Io ho 28 anni e vivo ancora con i miei. Ma non sono in difetto perché ho deciso di costruire.

Per approfondire:

Il trailer del film “Departures”

Il discorso di Satana a suo figlio nel film “L’avvocato del diavolo”

La scena dell’uovo al tegamino di “V for vendetta”

Pinocchio e Lucignolo nella versione di Benigni

La scena dei somari dal cartone di Walt Disney

Dom 20 marzo – Le radici della memoria, le ali dei progetti

NOTE ORGANIZZATIVE
Ore 18.15 Oratorio Maristella, via Agreste 11 Cremona

Ospite: Silvano Petrosino, uno dei più seri interpreti dell’opera di E. Lévinas e J. Derrida. Docente di Teoria della Comunicazione e Filosofia Morale presso l’Università Cattolica di Milano e Piacenza. E’ autore di diverse pubblicazioni, tra cui: Lo stupore (Novara 1997, Madrid 2001) e Piccola metafisica della luce (Milano 2004). Testo, moralità e scrittura (2a ed. Milano 2008). Il sacrificio sospeso (Jaca Book, Milano 2000). Capovolgimenti. La casa non è una tana, l’economia non è il business (che articola una riflessione filosofia sul luogo soffermandosi in particolare sul tema dell’abitare, Milano 2008) e La scena umana. Grazie a Derrida e Lévinas (Milano 2010).

Il nostro pare essere “tempo opportuno” per riconquistare un respiro “di generazione in generazione”, nel quale riprendere il rapporto profondo con la propria filialità, con la relazione all’altro, con la consegna di futuro e con la capacità di inizio. Abbiamo il desiderio di fare sintesi nella nostra esistenza: una riflessione sul senso del trascorrere del tempo e sulle ragioni di una speranza che non vuole essere una mera utopia o una semplice fuga dal presente.

Giovani senza paracadute

20 febbraio 2011

Fabio Geda, educatore e scrittore

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«Ecco. Anche se tua madre dice cose come queste e poi, alzando lo sguardo in direzione della finestra, comincia a parlare di sogni senza smettere di solleticarti il collo, di sogni come la luna […] e di desideri – che un desiderio bisogna sempre averlo davanti agli occhi, come un asino una carota, e che è nel tentativo di soddisfare i nostri desideri che troviamo la forza di rialzarci, e che se un desiderio, qualunque sia, lo tieni in alto, a una spanna dalla fronte, allora di vivere ne varrà sempre la pena – bè, anche se tua madre, mentre ti aiuta a dormire dice tutte queste cose con una voce bassa e strana […], anche in quell’occasione è difficile pensare che ciò che ti stia dicendo sia: Khoda negahdar, addio».

(Da Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda, Dalai Editore)

Enaiatollah Akbari ha dieci anni. Ed è solo. Afghano d’origine, in Pakistan si scopre un giovane migrante in cerca di un posto dove fermarsi ed avere la sua età. «L’ho conosciuto quattro anni fa alla presentazione del mio primo libro – ricorda Fabio Geda, autore di Nel mare ci sono i coccodrilli, un “non-fiction novel” che raccoglie il racconto dell’odissea di Enaiatollah -. Mi ha chiesto di scrivere la sua storia. Ho accettato, cercando di restituirgli un album di fotografie, una memoria». Così, l’etichetta “immigrati clandestini” prende le fattezze di un ragazzino che ha un nome, una famiglia e una storia.

Enaiatollah con le parole orali, Fabio Geda con le parole scritte. Lo stesso modo di raccontare storie, con levità e speranza. «Di storie come quella di Enaiatollah ce ne sono tantissime – continua Geda -. Sono giovani che rischiano senza il paracadute. Questo li distingue dagli altri ragazzi che, invece, un “salvagente” ce l’hanno nella famiglia, nel tempo, negli amici, nella società. I rischi dei giovani migranti non si possono comprendere, ma accettare e umilmente condividere. Nel lavoro di scrittore, come in quello di educatore. Ascoltando».

Fabio Geda è un educatore votato alle storie. Uno scrittore dal percorso rapsodico nel settore sociale. Durante gli studi universitari a scienze della comunicazione, affitta insieme a un gruppo di amici un negozio sfitto nel quartiere San Salvario di Torino e ci fa una comunità di bassa soglia per ragazzi di strada. Si appassiona al sociale e comincia a lavorare in una struttura di alloggio per minori. «La scrittura è sempre stata una mia vocazione, diciamo – racconta Fabio Geda -. Poi, un giorno ho dato un passaggio ad un ragazzino romeno che, durante il tragitto, mi ha raccontato metà della sua storia. L’ho fatto diventare il personaggio del mio primo romanzo che si intitola Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani». Un racconto in presa diretta del lavoro di educatore, invece, è L’esatta sequenza dei gesti, il secondo lavoro di Geda. Due operatori sociali, due ragazzini, una famiglia e i servizi per descrivere una professione «a cui la gente è interessata, ma di cui conosce ancora pochissimo».

Educare, insegnare, raccontare. Rapportarsi ad un mondo giovanile in evoluzione per la presenza di giovani stranieri e per un nuovo rapporto con la generazione adulta. «La scuola e il mondo adulto – riflette Geda – hanno perso il loro status simbolico, la loro corazza. Oggi i ragazzi ci dicono continuamente: “Non siete i nostri esempi” e il rapporto con loro va ricontrattato quotidianamente, nonostante la differenza anagrafica e di ruolo. Tutto questo è molto stimolante perché ci chiede di metterci in gioco. Perseguendo una trasformazione reciproca per cambiare insieme e diventare, insieme, qualcos’altro. In un rischio quotidiano».

Approfondimenti consigliati:

Visita il sito di Fabio Geda

Guarda Enaiatollah Akbari, ospite a “Che tempo che fa” (Rai 3)

Bilal, il libro del giornalista Fabrizio Gatti. Viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi.

Fortress Europe, il blog di Gabriele Del Grande dedicato alla memoria delle vittime dell’emigrazione e alla denuncia dei crimini commessi alla frontiera contro migranti e rifugiati

Asai, Associazione di Animazione Interculturale di Torino